martedì 19 marzo 2013

Decrescita felice e Chiesa povera



Decrescita felice e Chiesa povera
Un perfetto ossimoro
Frutto marcio del binomio Latouche-Francesco I



Il tempo passa, ma l’orizzonte economico è sempre cupo. Peggio. Le tensioni sociali crescono e in molte aree del mondo sono sfociate in guerre, più o meno civili. Non è uno scenario rassicurante. Soprattutto perché dimostra che il modo di produzione capitalista non funziona così bene come ci dicevano pochi anni fa. Inevitabilmente, sorgono proposte alternative, che prospettano un diverso modo di produzione. E ce ne per tutti i gusti. Le varie proposte, pur riflettendo situazioni assai differenti, e spesso contrastanti, cercano di conciliarsi tra loro, proponendo soluzioni compatibili con il sistema complessivo, ovvero con il modo di produzione capitalistico. Pur criticandolo aspramente. O meglio criticandone aspramente le presunte distorsioni, che invece sono consustanziali al sistema.
Sperequazione dilagante



Orbene, già da alcuni anni si assiste a una polarizzazione della ricchezza, da cui la crescente sperequazione sociale (il cosiddetto Coefficiente di Gini), che la crisi ha stimolato. Per inciso, questa tendenza non fa altro che confermare la tesi marxista sulla miseria crescente. Più volte contestata dagli apologeti del capitalismo, sempre confermata dai fatti. A questo proposito si veda: Antonio Pagliarone, La polarizzazione delle società industriali avanzate ovvero la de-integrazione (www.countdowninfo.net/); Aa. Vv., La legge della miseria crescente, «N+1», n. 20, dicembre 2006 (www.quinterna.org/pubblicazioni/rivista/20/rivista_20_completa.p/).
Non ci vuole un particolare acume sociologico, per capire che gli effetti della sperequazione hanno conseguenze differenti in un Paese di vecchia industrializzazione (area Ocse) come l’Italia rispetto a un Paese cosiddetto in via di sviluppo come il Perù. Le differenze comportano anche una differente percezione della povertà: nell’immaginario collettivo italiano la povertà è rimossa; in quello peruviano è incombente.
A questo proposito, faccio un paragone tra le condizioni economiche dei due Paesi, considerando: Pil pro capite, Coefficiente di Gini, Tasso di disoccupazione, Popolazione sotto il livello di povertà. Resta esclusa la cosiddetta «qualità della vita», su cui ci sarebbe troppo da disquisire, ma da tener comunque presente.
Ho scelto il Perù come termine di confronto poiché è un Paese in via di sviluppo dell’America Latina, continente che, a differenza di Africa e Asia, non è sconvolto da traumi bellici (guerrilla a parte). Inoltre, il Perù, a differenza di altri Paesi latini, non è stato soggetto a particolari «turbative» di carattere economico e politico, come il Venezuela di Chavez o il Brasile di Lula. Ovvero, il Perù riflette nel bene e nel male una situazione simile a quella di altri Paesi del Terzo Mondo. Infine è un Paese cattolico.
- Salvo diversa indicazione, per omogeneità riferisco i dati della Cia (www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook).
Italia: Pil pro capite (purchasing power parity) 30.100 $ (2012), posizione a livello mondiale: 45 (su 228 Paesi).
Coefficiente di Gini 31,9 nel 2011 (27,3, 1995), posizione a livello mondiale 106.
Tasso di disoccupazione: medio alto (10,90%), posizione a livello mondiale 117.
Popolazione sotto il livello di povertà (dati Istat e Caritas):14% (2012).
Perù: Pil pro capite (purchasing power parity) 10.700 $ (2012), posizione a livello mondiale: 109.
Coefficiente di Gini 46 nel 2010 (51 nel 2005), posizione a livello mondiale: 34.
Tasso di disoccupazione: medio (7,7%), posizione a livello mondiale 89.
Popolazione sotto il livello di povertà: 31,3% (2010). L’ultimo rapporto dell’Unicef 2004) sulla situazione dell’infanzia in Perù, indica che due terzi dei bambini tra gli 0 e i 17 anni di età, vivono al di sotto della soglia di povertà.
In Italia, con un Pil pro capite stagnante (o in regresso), la sperequazione è aumentata. Così come in altri Paesi Ocse, con in testa gli Usa. Fanno eccezione Germania, Paesi Scandinavi e pochi altri, grazie ai quali la media Ue ha registrato un leggero miglioramento, passando dal 31,2 del 1996 al 30,7 del 2011, con una posizione a livello mondiale 113. Tenendo presente che nei Paesi Ue il Pil pro capite da qualche anno ha registra incrementi molto contenuti e spesso decrementi.
In Perù, con un Pil pro capite in leggera crescita, la sperequazione è diminuita. Il Paese, resta comunque ai «piani alti» della sperequazione, per di più con un’alta percentuale di poveri. Con maggiori o minori accentuazioni, questa situazione è comune ad altri Paesi dell’America latina. Per esempio, seppur più ricchi in termini di Pil pro capite, Cile, Argentina, Messico, Brasile presentano una sperequazione molto più forte. Ricordiamo che i piani alti della sperequazione sono occupati sia da Paesi africani in condizioni di miseria endemica, ma anche dal rampante Sudafrica (al 2° posto dopo la Namibia), sia da Paesi asiatici altrettanto rampanti (Thailandia al 12° posto, Hong Kong al 13°).
Lo scenario socio-economico complessivo presenta:
a) aree di povertà endemica (buona parte dell’Africa); b) aree cadute nella stagnazione (Ocse); c) aree in espansione, con un basso Pil pro capite e una forte accentuazione della sperequazione, come in Cina, dove trionfa la sperequazione: in due anni, il coefficiente di Gini è balzato dal 41,5 (2007) al 48 (2009), mentre il Pil pro capite di 9.100$ resta sempre ai piani bassi, 118° posto nella classifica mondiale, dopo Cuba e Tunisia.
Comune alle tre aree è la crescita delle tensioni sociali, seppur con forme e modalità differenti.
In questo scenario sociale sempre più ingiusto, dovrebbero farsi avanti i movimenti che reclamano una più equa distribuzione della ricchezza, come avveniva in un passato non troppo remoto. Invece viene dato spazio ai movimenti che propongono la povertà! Come mai?
Sorella povertà & fratel profitto: un matrimonio di interesse
Tra i sinistri intellettuali, grande risonanza viene data a Serge Latouche, con la sua decrescita «felice». Poi vedremo per chi è felice…
Latouche si rivolge soprattutto al ceto medio benestante dei Paesi Ocse che, con la crisi, vede i propri redditi calare e, di conseguenza, vede calare anche i consumi. Sono però consumi in buon parte voluttuari o, più sottilmente, riconvertibili. E il buon Latouche invita il ceto medio a far di necessità virtù, come fa il dietologo con il paziente sovrappeso, proponendo un regime alimentare più salutare.
Lo affianca Papa Bergoglio, popstar del momento, che si rivolge ai poveri, o meglio ai proletari del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina. Dove un desarrollo economico, sempre assai balzano, accompagna o accresce la miseria di massa.
La sinfonia è diversa, la musica è la medesima. Entrambi non mettono in discussione la sperequazione. Nella migliore delle ipotesi entrambi chiedono la razionalizzazione delle risorse, accompagnata da solidarietà, o meglio dalla sussidiarietà, per addolcir la pillola.
In entrambi i casi, la musica stona.
Bertoglio, evocando Francesco, si fa male da solo. Non dice che il movimento francescano, dopo la morte del Poverello d’Assisi, fu subito messo in riga dal Papato. E chi non abbassò la testa, finì al rogo, come fra Dolcino e molti altri. Ma non basta bruciare i ribelli, quando permangono le cause della ribellione. Motivo per cui, i discepoli di fra Dolcino sono sempre risorgenti, come Camilo Torres, soprattutto nei Paesi dell’America Latina, da cui Bergoglio proviene. Il nuovo papa ha il crocifisso di ferro ma lo Ior resta la banca del Vaticano. Cambia la forma ma resta la sostanza.
Il discorso di Latouche forse è più pericoloso. La decrescita «felice», non mettendo in discussione il processo di accumulazione del capitale, riguarda esclusivamente i consumi. In pratica, Latouche non fa altro che giustificare la riduzione dei consumi, che è già in atto, e che apparentemente coinvolge tutta la società, ma in realtà gli effetti sono differenti e soprattutto sono del tutto iniqui: la riduzione dei consumi è inversamente proporzionale al reddito. Per prima cosa non colpisce assolutamente i ricchi, anzi, il lusso la fa da padrone; mentre se per il ceto medio può comportare una parziale diminuzione del superfluo e dell’accessorio, per i proletari significa una secca perdita dell’essenziale. Sul piano promozionale, la decrescita «felice» – spesso sponsorizzata dai ricchi – trova eco tra i ceti medi, soprattutto in Occidente, dove molti pasciuti moralisti proclamano crociate anticonsumistiche e molti pasciuti «alternativi» sostengono la green economy, con tutte le sue perversioni (Grillo docet). Ed è in questo ambientino che, in tempi di crisi, nascono le pallide vestali dei sacrifici. Sacrifici per che cosa? E qui casca l’asino.
La decrescita «felice», in pratica, si traduce in una razionalizzazione delle risorse, ma a esclusivo vantaggio del capitale. Essa, santificando la riduzione dei consumi, giustifica la riduzione del reddito. Dopo di che, le risorse, o meglio i quattrini (tolti da salari, pensioni, assistenza sociale) non più destinati al consumo diventano capitali «liberi», disponibili per l’accumulazione, che oggi significa soprattutto speculazione finanziaria. La decrescita «felice» è un gatto che si morde la coda; oggi come oggi, fornendo risorse alla speculazione, favorisce la sperequazione. È un rimedio peggiore del male. Uno specchietto per le allodole sciocche della piccola borghesia. Sciocche ma pericolose, come i volonterosi carnefici di Hitler.
Programma rivoluzionario immediato
Nel 1952, in tempi di ricostruzioni economiche nazionali e socialiste, il Partito comunista internazionalista aveva messo a punto delle ipotesi di de-sviluppo, come primi passi di un governo rivoluzionario proletario, post capitalista, ovvero frutto di una rivoluzione in cui i proletari mandano fuori dai piedi la borghesia e iniziano un processo di distruzione del modo di produzione capitalistico (e NON di costruzione del socialismo, che non ha nulla da costruire). Il programma colpisce al cuore il processo di accumulazione, attraverso il disinvestimento dei capitali da destinare all’accumulazione, favorendo invece i consumi. Ovviamente, a proposito di consumi, occorre combattere sia l’idiota pauperismo – con l’estemporaneo corollario neo-luddista – sia l’altrettanto idiota edonismo (che confonde il comunismo con il Paese del Bengodi!). Privilegiando invece una concezione cosmica, fondata sul rapporto uomo-natura.
Riporto i punti principali del Programma rivoluzionario immediato, da leggere con grano salis…
a) «Disinvestimento dei capitali», ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo. b) «Elevamento dei costi di produzione» per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro. c) «Drastica riduzione della giornata di lavoro» almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali. d) Ridotto il volume della produzione con un piano «di sottoproduzione» che la concentri sui campi più necessari, «controllo autoritario dei consumi» combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria. e) Rapida «rottura dei limiti di azienda» con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo. f) «Rapida abolizione della previdenza» a tipo mercantile per sostituirla con l'alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale. g) «Arresto delle costruzioni» di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio alla distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell'ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile. h) «Decisa lotta» con l'abolizione delle carriere e titoli «contro la specializzazione» professionale e la divisione sociale del lavoro. i) Ovvie misure immediate, più vicine a quelle politiche, per sottoporre allo Stato comunista la scuola, la stampa, tutti i mezzi di diffusione, di informazione, e la rete dello spettacolo e del divertimento».
[«il programma comunista», a. II, n.1, 8-24 gennaio 1953 –
http://www.sinistra.net/lib/bas/progra/vako/vakoabefui.html/].
Dino Erba, Milano, 18 marzo 2013.

1 commento:

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