mercoledì 6 marzo 2013

Vita e morte di Holger Meins



Letture di classe
Gerd Conradt, Starbuck. Il corpo come arma.
Vita e morte di Holger Meins,
Zambon, Francoforte, 2012. Fotolibro, pp. 184. € 20.

 


Starbuck è il nome del nostromo del Pequod, la nave del Moby Dick di Melville. Ma era anche il nome di battaglia di Holger Meins, lasciato morire di inedia il 9 novembre 1974, nel carcere di Wittlich, dove era detenuto per «terrorismo» dal giugno 1972. Holger Meins era un artista, si occupava di pittura, fotografia e cinema. Come mai finì, o meglio come mai fu gettato nel «terrorismo»?

Ci dà una risposta il libro in cui Gerd Conradt raccoglie numerose testimonianze di familiari, compagni e amici di Holger che ci offrono una panoramica intellettual-politica e artistica degli anni Sessanta e Settanta in Germania, ravvivata con le immagini proposte da Fabio Biasio, tra cui le copertine di «Ottocentottantatre», giornale di Agitazione e politica socialista.

Il libro descrive una generazione nata durante la guerra, che aveva alle spalle il nazismo. Era poi cresciuta nella Repubblica Federale negli anni della ricostruzione, in cui dominava la pace sociale, dettata dalla logica «lavora, produci, crepa». E non appena fu messa in discussione, fu subito ristabilita, grazie ai flussi migratori di lavoratori italiani e di altri Paesi mediterranei. Il clima politico era surreale, in un Paese che era al centro dello scontro tra il mondo libero (che non era libero) e il mondo socialista (che non era socialista).
A metà degli anni Sessanta, il clima mutò nella Germania Ovest come in altri Paesi europei, in Giappone e anche negli Usa. Dopo anni di sacrifici, i frutti si vedevano nell’accresciuto benessere, che tuttavia non solo lasciava spazio a forti sacche di ineguaglianza sociale, ma lasciava in piedi istituzioni e comportamenti che favorivano quelle ineguaglianze, per esempio la scuola o, peggio, i residui di apartheid negli Usa. Questo in Occidente. Nei paesi «poveri», le ineguaglianze erano diventate esplosive; in Algeria, in Palestina, in Vietnam … le masse popolari avevano alzato la testa. Balzavano alla ribalta i vizi e i difetti di un sistema, quello capitalista, che si reggeva con bombardamenti e stragi. Mentre il paradiso socialista, dopo le rivolte operaie di Berlino (1953) e Budapest (1956), si rivelava un inferno. L’alternativa sembrò essere il maoismo, allora ai ferri corti con i «revisionisti» sovietici. Tutte le fonti di malessere, vicine e lontane, contribuivano ad accendere le agitazioni sociali che, nel Sessantotto, investirono in particolare la Francia, l’Italia e la Germania. Ebbero tuttavia caratteristiche diverse: in Francia e in Italia la presenza operaia fu determinante, nella Germania Federale assai meno.
La Germania (dell’Ovest come dell’Est) era vissuta in un limbo. Con gli orrori del nazismo, erano state rimosse anche le tradizioni intellettuali e politiche, che tanto timore avevano suscitato nella borghesia tedesca e, a ben vedere, in tutta quella mondiale. E se nella politica la rinascita fu lenta e incerta, altrettanto lo fu nella cultura, soprattutto in campo artistico, anche perché, dopo gli incendi di Göbels, i libri fu possibile ristamparli … i quadri no.
Mancando precisi riferimenti, l’attenzione si rivolse a quanto avveniva in altri Paesi. Sicuramente, svolse un ruolo significativo l’Internazionale Situazionista, che fondeva arte e politica. La provocazione divenne una pratica giocosa. Ma il gioco non fu gradito ai vertici dell’Unione socialista studentesca tedesca (Sds, Sozialistische Deutsche Studentenbund), in cui molti giovani contestatori militavano. E per il quieto vivere socialdemocratico, l’Sds li espulse. Ma quella «pratica giocosa» fu ancor meno gradita da padroni e istituzioni. E il gioco si fece duro. La repressione fu subito inesorabile, senza esclusione di colpi. Polizia e magistratura, con la copertura del governo socialdemocratico, ricorsero a montature, in cui cadde Holger e, sicuramente, altri «sovversivi». In tali circostanze, per molti, fu inevitabile il passaggio alla lotta armata. Era una questione di sopravvivenza.
La Rote Armee Fraktion (Raf, Frazione Armata Rossa) nacque in quei frangenti eccezionali che, inevitabilmente, ridussero la riflessione politica alla necessità immediata di rispondere alla reazione statale. La stessa caratterizzazione politica della Raf era assai incerta, fu definita anarchica, ma erano presenti suggestioni maoiste e guevariste. Questa confusa collocazione favorì la repressione che, subito, depoliticizzò lo scontro e lo personalizzò, parlando di «banda Baader-Meinhof», dai nomi dei due più noti esponenti, Andreas Baader e Ulrike Meinhof, assassinata il 9 maggio 1974 nel carcere speciale di Stammheim-Stoccarda, dove il 18 ottobre 1977 furono poi assassinati Baader, Gudrun Ensslin e Jan-Carl Raspe. La responsabilità morale, se non diretta, degli assassinii è della socialdemocrazia di Willy Brandt e Helmut Schmidt, cancellieri dal 1969 al 1982.
Nel giro di pochi anni, l’opposizione «armata» fu annientata; quella «disarmata» soffocò ogni velleità di radicalismo politico. Contemporaneamente, nelle fabbriche e in ogni altro settore lavorativo, dilagava un flusso migratorio senza precedenti, che avrebbe assicurato la pace sociale per altri vent’anni. Poi, a mantenerla, ci sarebbe stata l’unificazione (1989), con la perequazione al basso di salari e condizioni di vita e di lavoro. Il risultato è che oggi la Germania è l’unica potenza capitalista in grado di fronteggiare la crisi economica. Ma a quale prezzo? Fuori, dilagano disastri economici, dentro, crescono tensioni sociali.
Dino Erba, Milano, febbraio 2013

2 commenti:

  1. In ricordo della compagna Ulrike Meinhof,
    dei compagni Andreas Baader, JanCarl Raspe,
    assassinati nei Lager dalla Germania nazista.



    1974: la notte di Holger Meins

    “Uno spettro si aggira per l’Europa”, questo devono aver pensato i vari Schmidt, Maihofer e Vegel, che hanno programmato e voluto il regime di tortura psicofisica per eliminare noi prigionieri politici nella Germania ex-nazista, che mai ha fatto realmente i conti col proprio passato hitleriano.
    I pensieri di Holger erano anche questi, la sera, o meglio la notte, una fra tante, tra quelle che oramai stava vivendo da circa 60 giorni, comunque questa era la notte tra l’8 ed il 9 novembre 1974.
    Ma questo tempo così razionale forse lo era soltanto per noi, che stavamo fuori dal carcere e seguivamo la sua e la loro storia, il suo ed il loro sciopero della fame, il suo ed il loro estremo atto di ribellione. Non era certo, una sera come altre, infinite; per Holger che stava sdraiato sul lurido lettino, che tanto ricordava quelli che solo qualche decennio addietro, ospitava prigionieri comunisti, ebrei, omosessuali, zingari, con gli stessi miseri indumenti, quelle ossa e pelle che orami erano tutt’uno, ma che nello sguardo vi era l’uguale fierezza di chi non si arrende o non si può arrendere alla forza, alla brutalità, al nazismo.
    Holger pensava queste cose e chiudeva gli occhi, sereni e dolci, oramai sempre più spesso, oramai sempre più a lungo, per ripararli da quella luce volutamente accesa giorno e notte, che lo lasciava continuamente come sotto un riflettore in pasto agli sguardi delle iene ridenti e beffarde, tanto più dannate per non riuscire a sconfiggere tanta fiera volontà comunista.
    Il campo di concentramento era quello di Wittlich, e sia il direttore del campo, che il magistrato responsabile, l’aguzzino Prinzing, si erano opposti al trasferimento di Holger in un reparto di cura intensiva.
    Addirittura il boia, medico del campo, se ne era andato in ferie per il fine settimana.
    La premeditata e continua tortura degli aguzzini non impediva ad Holger di seguire i suoi intimi pensieri, che certo condivideva con i propri compagni in una sorta di invisibile, quindi incensurabile ed inafferrabile comunicazione, e certo non è esagerato dire comunione d’intenti, di programma, di progetto, ovviamente incomprensibile per quelli che sentendo la parola progetto intendono subito quanto ci guadagnano, loro e le proprie famiglie.
    Quella notte, che sapeva essere l’ultima, i pensieri riportavano a quando, insieme ai suoi compagni, avevano deciso di passare all’azione contro lo stato borghese, sorto da quello nazista, imposto da una superpotenza (gli USA) altrettanto vergognosamente nazista.
    Holger ricordava le tante discussioni; cristo, quante stesse notti passate a litigare, ragionare e poi assieme arrivare a decidere che comunque, con dubbi ed incertezze, che forse si poteva essere certi di andare ad una sconfitta, ma ne valeva la pena; che forse non avrebbero assistito ad una qualche rivoluzione, ma certo avrebbero dato dignità alle loro esistenze, avrebbero preso, chiaramente e definitivamente, le distanze da un potere orrendo e fascista.

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  2. Ora ripercorreva le settimane passate e rivedeva il direttore-boia che ordinava: “Il detenuto in carcerazione preventiva sarà tenuto in cella d’isolamento totale al reparto 2, cella 51. Esclusione da tutte le iniziative della comunità comprese le funzioni religiose. Uscita all’aria aperta controllata (e poi sospesa), nessuna assegnazione al lavoro. Le celle direttamente confinanti di fianco e ai piani superiori e inferiore non possono essere utilizzate per la detenzione di altri detenuti”.
    Racchiuso letteralmente in sé, con il corpo che oramai non lo proteggeva più, e che quindi non poteva essere usato per essere lui stesso colpito, dunque oramai invincibile, finalmente e realmente libero, raccoglieva le energie per ricordare e godersi la sua vittoria, la propria rivoluzione: aver messo in ginocchio il potere germanico.
    Pur se al suo estremo, il comunista Holger, non riusciva a fare solamente propria questa vittoria e davanti a se rivedeva i propri compagni caduti, o che si trovavano prigionieri come lui, e li rivedeva in una sorta di film che passava davanti agli occhi ed avevano le sembianze di tutti i caduti per il comunismo, di tutti quelli che nelle prigioni del mondo vi erano segregati, di tutti quelli che nelle periferie del mondo, giorno per giorno lottano non solo per la propria sopravvivenza e per la propria libertà, ma per la libertà di ognuno, per la libertà di tutti.
    Poi arrivò la fine e gli rimase l’ultimo alito di vita, prima di chiudere senza nessuna altra possibilità ripeté a memoria Bertold B.:


    I funerali di un agitatore

    Qui, in questo zinco
    Sta un uomo morto,
    o le sue gambe o la sua testa,
    o di lui anche qualcosa di meno,
    o nulla, perché era
    un agitatore.
    Fu riconosciuto fondamento del male.
    Sotteratelo. E’ meglio
    Che solo la moglie vada con lui allo scorticatoio.
    Chi altri ci vada
    È segnato.
    Quel che è lì dentro
    a tante cose vi ha aizzati:
    a saziarvi
    e a dormire all’asciutto
    e a dar da mangiare ai figlioli
    e a non mollare di una lira
    e alla solidarietà con tutti
    gli oppressi simili a voi, e
    a pensare.
    Quel che è lì dentro vi ha detto
    Che ci vuole un altro sistema nella produzione
    E che voi, le masse del lavoro, milioni,
    dovete prendere il potere.
    Per voi, prima, non andrà mai meglio.
    E siccome quel che è lì dentro ha parlato così,
    l’hanno messo lì dentro e dev’essere sotterrato,
    l’agitatore che vi ha aizzati.
    E chi parlerà di saziarsi
    e chi di voi vorrà dormire all’asciutto
    e chi di voi non mollerà una lira
    e chi di voi vorrà dare da mangiare ai figlioli
    e chi pensa e si dice solidale
    con tutti coloro che sono oppressi,
    quello, da ora fino all’eternità,
    dovrà essere chiuso nella cassa di zinco
    come quello che è quì,
    perché agitatore e sarà sotterrato.


    L’estremo ultimo atto volle dedicarlo ai compagni più vicini e per questo inventò un cerchio vitale: un cerchio dentro cui si materializzarono Rosa L., Karl L., Andreas B., Ulrike. M., G. Ensslin, e poi morì.

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